Cuma (Cumae in latino) è un sito archeologico della città metropolitana di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli, localizzato nell’area vulcanica dei Campi Flegrei !!!

Il nome deriva dal nome greco Κύμη (Kýmē), che significa “onda”, facendo riferimento alla forma della penisola sulla quale è ubicata !!!

La città in analisi era interamente protesa verso l’Acropoli, la parte alta di ogni centro greco, posta in una posizione geografica molto favorevole, cioè su una collina e in prossimità del mare. Ospitava, tra l’altro, anche il Tempio di Giove.

Il territorio dove sorse questa colonia ellenica (fra le più antiche e lontane dalla madrepatria) fu abitato fin dall’età preistorica e protostorica.

Secondo la leggenda, i suoi fondatori furono gli Eubei di Calcide, che, sotto la guida di Ippocle e Megastene, scelsero di approdare in quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o, secondo altri, da un fragore di cembali.

Il Sito Archeologico di Cuma!!!

Il Sito Archeologico di Cuma!!!

I conquistatori trovarono un terreno particolarmente fertile ai margini della pianura campana. Pur continuando le loro tradizioni marinare e commerciali, i coloni rafforzarono il loro potere politico ed economico proprio sullo sfruttamento terriero.

Cuma fu la colonia che diffuse in Italia la cultura greca, diffondendo l’Alfabeto Calcidese, che sarebbe stato, forse, assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini.

Intimamente legato a Cuma è il mito della Sibilla Cumana. Già dal terzo libro dell’Eneide è scritto che Enea, se vorrà finalmente trovare la terra destinata al suo popolo dagli dei, dovrà recarsi ad interrogare l’oracolo in questione.

L’Antro della Sibilla costituisce, ai giorni d’oggi, un’attrazione turistica di notevole interesse!!!

Col passare del tempo, la Polis stabilì il suo predominio su quasi tutto il litorale campano fino a Punta Campanella, raggiungendo il massimo della sua potenza.

La sua fortuna, però, non resisté a lungo poiché, intorno al 421 a.C., soccombette all’avanzata dei Campani che la conquistarono.

Da segnalare anche che Tarquinio il Superbo, l’ultimo Re di Roma, visse qui gli ultimi anni della sua vita in esilio dopo l’instaurazione della Repubblica.

Dopo gli splendori dell’antichità, quest’area divenne un luogo paludoso e disabitato. Il ricordo degli antichi fasti, tuttavia, rimase sempre vivo: le rovine vennero visitate nel corso dei secolo da numerosi personaggi di primaria importanza, come Francesco Petrarca e Jacopo Sannazaro, che la ricordarono nei loro scritti. Con il ripopolamento dell’area, anche grazie alle numerose bonifiche effettuate, vennero avviate brevi campagne di indagini. Le prime opere di scavo risalgono al 1606 quando vennero rinvenute tredici statue e due bassorilievi in marmo. Quando iniziò la totale messa in sicurezza della zona, furono ritrovati altri importanti reperti. Una prima campagna storico-scientifica sistematica si ebbe tra il 1852 ed il 1857 per volere del Principe Leopoldo, fratello di Ferdinando II delle Due Sicilie. Gli scavi furono dati in concessione, dopo un’interruzione, a Emilio Stevens, che lavorò tra il 1878 ed il 1893. Fondamentale fu, successivamente, il contributo di Amedeo Maiuri e Vittorio Spinazzola.

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